Falso storico

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Falso storico

Trattiamo la vicenda di Ugo e Parisina e iniziamo esponendo i fatti, come vuole la tradizione e la Storia.

La storia conosciuta: http://www.studioiannetti.it/it/scheda-articoli.php?id=112

1. Ugo e Parisina

La storia di Ugo e Parisina, anche se non ha conquistato una fama pari a quella di Giulietta e Romeo, fu tale da sconvolgere l’animo di ogni persona rispettosa del sentimento dell’amore.
In questa storia, oltre alle tinte amorose vi sono le tinte fosche e drammatiche della gelosia e della cieca vendetta. La musica di Mascagni e soprattutto di Donizetti ci hanno restituito quelle tinte forti attraverso il melodramma operistico. Matteo Bandello aveva dedicato una novella al racconto della vicenda. Successivamente ne scrissero George Byron e Gabriele D’Annunzio.
La vicenda si svolge a Ferrara nei primi decenni del Millequattrocento. Governava la città Niccolò III d’Este, signore potente in tutti i sensi, anche in quello sessuale, se risponde al vero la sua fama di donnaiolo incallito: “Di qua e di là del Po / son tutti figli di Niccolò”. Così suonava una popolare canzoncina del suo tempo.

Ugo era il figlio legittimato di Niccolò, avuto da una sua amante, Stella de’ Tolomei detta dell’Assassino. Era amato dal padre moltissimo per l’avvenenza e lo spirito ardito e pronto, e il suo futuro certo era la successione al trono.
Nel 1418 Niccolò sposò la quindicenne Laura Malatesta, della famiglia dei Malatesta di Rimini, di oltre vent’anni più giovane di lui e che era da tutti chiamata con il vezzeggiativo di Parisina. A queste nozze fu molto contrario Ugo, all’epoca quattordicenne, poiché sperava che il padre potesse regolarizzare il legame con la madre Stella.
Sebbene Parisina fosse una ragazza colta e con un carattere positivo, e si fosse impegnata a rimettere ordine nel ménage di corte, Ugo continuò a nutrire nei suoi confronti un forte rancore che procurava dolore al padre.

Fu proprio per cercare di portare armonia nel rapporto tra le due persone che amava di più, che Niccolò commise lo stesso errore del mitico re Marco di Cornovaglia che per leggerezza favorì l’amore fatale tra Tristano ed Isotta. In occasione di una ambasceria Niccolò mandò la moglie e il figlio, che avevano rispettivamente venti e diciannove anni, a fare un viaggio a Ravenna presso i da Polenta. Essendo a quei tempi i viaggi necessariamente non brevi vi fu l’opportunità per i due giovani di conoscersi in profondità. A quel punto le prevenzioni di Ugo caddero tutte e piano piano prese piede e divampò in entrambi la fiamma dell’amore.
“Amor che a nullo amato amar perdona”, aveva scritto Dante a proposito di Paolo e Francesca, una coppia di innamorati che è tragicamente premonitrice della sorte che sta per abbattersi sui nostri due eroi, l’amore (dicevo) è come una valanga possente che non può essere da alcuno arrestata.
Dopo il ritorno alla corte di Ferrara i due amanti non poterono evitare di continuare a vedersi, e lo facevano con mille precauzioni consci del pericolo. Con la complicità di una fida serva e di un gentiluomo amico, Aldobrandino Rangoni, i due giovani si vedevano spesso e comunque in ogni occasione che l’assenza di Niccolò, placando l’ansia di entrambi, rendeva ancora più ineluttabile la loro reciproca attrazione.
Parisina, nonostante la giovane età, era una donna colta ed assennata che aveva saputo dare un assetto organizzativo intelligente alla vita di corte. Allevava, con la ristretta corte di dodici fanciulle, i suoi tre figli (che detto per inciso non ebbero un gran destino) e continuava a nutrirsi delle letture letterarie, poesie e romanzi cortesi.

Secondo la novella di Bandello, l’amore tra Ugo e Parisina durò circa due anni.
Ma il precipitare tragico incombeva.
Certamente quella relazione così gravata da pericoli rendeva a volte molto nervosa Parisina, nonostante il suo buon carattere. Una volta la marchesa, contrariamente al solito, perse il controllo e trattò molto male una sua ancella arrivando perfino a picchiarla. Costei, presa da momentaneo rancore, si vendicò dicendo in giro cose che la sua fedeltà alla padrona non le avrebbe mai consentito di dire. Quelle parole giunsero all’orecchio di Zoese, uomo di stretta fiducia del marchese, che non esitò a riferirle al padrone.
Niccolò in un primo tempo incredulo, poi folle di rabbia, predispose degli appostamenti e poté addirittura assistere, tramite un foro praticato nel soffitto, all’amplesso colpevole.

L’ira e il desiderio di vendetta esplosero irrefrenabili nell’animo del marchese, che sordo ai saggi consigli di alcuni amici, immemore di quanto egli stesso fosse colpevole di infedeltà coniugale, predispose l’immediata incarcerazione degli amanti e da un sommario processo si procurò la condanna alla pena capitale: “Abbian l’istesso corpo sotto l’istessa scure e dui sangui faccian l’istessa pozza”.
E’ una sera di maggio del 1425. La testa di Ugo rotolò per prima dal ceppo.
Parisina ignara dalla sua cella continuava a gridare di essere solo lei la colpevole e di risparmiare la vita di Ugo. Un carceriere pietosamente (o con una punta di cattiveria) le disse che ormai era inutile gridare: il suo amante era già stato ucciso dalla mannaia del boia.
La donna si tranquillizzò di colpo e chiese ed ottenne di seguire rapidamente il destino dell’amato.
Oggi chi visita Ferrara può vedere i luoghi e le stanze della via crucis, felice e tragica, di quelle antiche vittime di Cupido.

A margine non va sottaciuto il comportamento eroico di Aldobrandino Rangoni, che sottoposto in un primo tempo a feroce tortura non tradì l’amicizia verso Ugo, e poi andò incontro alla morte con la stessa procedura adottata per Ugo e Parisina.
Resta da dire una parola del vuoto terribile che si formò nell’animo di Niccolò, che con un sol colpo si privò dei due più grandi amori della sua vita: il figlio e la moglie.
Poco lo consolerà la nevrotica emanazione di editti con cui si disponeva la recrudescenza delle pene per le adultere: l’immediata decapitazione alla semplice constatazione. Ironia della sorte, una delle prime vittime della feroce disposizione legislativa di Niccolò fu una sua vecchia amante.

2. Considerazioni personali – di Paolo Bendedei

Ad una attenta analisi troppi dati storici non corrispondono al vero, dimostrano infondatezza.
L’epilogo della storia di Ugo e Parisina dimostra una vicenda inconsistente; notiamo l’esecuzione notturna, non dimostrabile, la gelosia del Marchese Nicolo’…, la precisa ricostruzione dei fatti, eccessivamente precisa, la presunta ingenuità di fondo dei due “colpevoli”; Parisina significava ragazza che studia, intelligente e sveglia e Ugo non era uno sprovveduto ed era l’erede al trono del Governo Ferrarese, quindi, per farla breve, ricostruzione dei fatti non credibile.

Ho sempre coltivato un dubbio, un forte dubbio, riguardo i tre figli di Nicolò III d’ Este e Stella dè Tolomei, detta dell’Assassino; Leonello e Borso, fratelli di Ugo, decapitato per tradimento, figli di una “concubina”, con quell’appellativo ingombrante e alquanto scomodo: dell’Assassino! divennero eredi a pieno titolo nel governo della Città: come è possibile?
Abbiamo indubbiamente di fronte un cognome estremamente ingombrante, Tolomei, di cui nulla ci vieta di ipotizzare una discendenza antica; dato che la Storia racconta, ingenuamente, tante falsità, significa che ci muoviamo in un campo di fatti e vicende in cui siamo liberi di ipotizzare ciò che la nostra mente, e quindi la Ricerca, suggerisce: sarà il progressivo evolversi della Ricerca, ed ovviamente la sua credibilità acquisita, a dimostrare la fondatezza delle ipotesi di partenza, su cui si basa la stessa Ricerca.
Non dimentichiamo la figura di Leonello, la cui notorietà, per la forte personalità e per la vasta cultura, è considerato fra i massimi esponenti del suo tempo.

3. Analizziamo Laura Malatesta, detta Parisina

http://www.treccani.it/enciclopedia/laura-detta-parisina-malatesta_(Dizionario-Biografico)/
MALATESTA, Laura detta Parisina
di Roberta Iotti – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 68 (2007)
MALATESTA (de Malatestis), Laura detta Parisina. – Figlia di Andrea detto Malatesta, signore di Cesena, e della seconda consorte di questo, Lucrezia di Francesco Ordelaffi, nacque a Cesena tra il settembre e l’ottobre del 1404.
Alla bambina fu imposto il nome di Laura, ma fin dalla fanciullezza i parenti e gli intimi le assegnarono quel nomignolo che poi definitivamente la distinse in famiglia, la indicò nelle carte di corte, la cantò sulle pagine dei poeti e la rese nota ai posteri: Parisina, ovvero “la Parigina”, come a dire “la raffinata” per eccellenza, colei che ha grazia naturale e naturale eleganza di portamento, di gusto e di stile.
La sua esistenza fu presto segnata da congiure familiari e morti violente: la prima vittima fu sua madre, che il 19 ott. 1404, appena qualche settimana dopo averla data alla luce, fu uccisa a Forlì con una pozione di veleno perché complice del marito nel tentativo di spodestare gli Ordelaffi e dare Forlì ai Malatesta.
Successivamente, a causa di alcuni lutti che tra il 1412 e il 1416 decimarono la corte cesenate e, soprattutto, in seguito alla morte improvvisa del padre, avvenuta il 20 sett. 1416, fu mandata a Rimini presso lo zio Carlo Malatesta, dove crebbe sotto la materna sorveglianza della moglie di questo, Elisabetta Gonzaga.
Dalla fervida ammirazione che la M. avrebbe suscitato alla corte ferrarese si può dedurre che a Rimini la sua educazione fu curata con zelo, che non le mancarono buoni maestri di latino e di francese, di eloquio e di conversazione, di letteratura e di galateo, e che fu attentamente avviata ai cortesi passatempi tipici dell’epoca: la lettura dei romanzi bretoni (in particolare del Roman de Tristan), l’equitazione, la caccia, la falconeria, le sonate per arpa, i complicati solitari di carte e di tarocchi, la committenza di piccole opere d’arte, che a Ferrara sarebbero diventate affreschi, oreficerie e miniature.
Le prime trattative tra i Malatesta e gli Estensi per il matrimonio della M. avvennero su consiglio della diplomazia veneziana, la quale auspicava un consolidamento dell’alleanza politica tra Rimini e Ferrara. Inoltre, i precedenti e proficui sponsali tra membri delle due casate esortavano a queste nuove nozze, e così il fidanzamento della M., tredicenne, con il trentaquattrenne marchese Niccolò (III) d’Este, marchese pingue, sensuale e saggio, con eccellenti doti di mediatore internazionale e vedovo della prima moglie, Gigliola di Francesco Novello da Carrara, che non gli aveva dato eredi, fu affare concluso in fretta: il 27 febbr. 1418 furono siglati i patti nuziali.
Alcuni storici ritengono sia quella la data delle nozze, che invece furono celebrate intorno alla metà di aprile del 1418 a Ravenna, presso la corte dei signori da Polenta, dove la M. era in visita a una sorella e dove Niccolò d’Este l’aveva raggiunta per condurla entro i confini del suo Stato.
La capitale, Ferrara, era una città pacifica e in crescita, ma vi infierivano spaventose recidive di peste che avevano fiaccato larga parte della popolazione; così per l’ingresso della M. si evitò prudentemente ogni sorta di festeggiamento pubblico che potesse riaccendere il contagio. Nella residenza estense la sposa non trovò un’accoglienza migliore: vi abitavano parecchi dei numerosi figli illegittimi che il marchese aveva avuto da varie donne, in particolare vivevano con lui Ugo, Leonello e Borso d’Este, i tre figli naturali ma prontamente legittimati nati dalla sua favorita, Stella dei Tolomei, che prese con malcelato dispetto l’arrivo di una signora in regola, magari capace di dare eredi legittimi alla dinastia.
La M. si impegnò subito, come testimoniano con vitale concretezza i documenti, nel ruolo che fu storicamente suo di accorta, solerte e infaticabile reggitrice della casa e della famiglia. Pur viaggiando molto anche al di fuori dello Stato estense e spesso soggiornando nelle ville campestri di Belfiore, Porto, Fossadalbero, Consandolo e Quartesana, stabilì le sue stanze private nell’antico palazzo marchionale, precisamente nell’appartamento “per signore” situato al primo piano della torre di Rigobello, un alloggio spazioso e comodo, decorato con motivi araldici e fornito di uno studiolo per ritirarsi a leggere e a suonare l’arpa.
Insieme con lei vivevano le dodici fanciulle che formavano la sua ristretta corte personale e i suoi bambini, due gemelle, Ginevra e Lucia, nate il 25 marzo 1419 e destinate a un avvenire poco fortunato, e il maschio, Alberto Carlo, nato il 24 maggio 1421, l’erede tanto sospirato ma gracile e malaticcio, che infatti morì nell’estate seguente, persuadendo Niccolò d’Este a favorire al massimo le sorti degli altri suoi maschi, benché naturali. Tra questi eccelleva Ugo, il principe già designato a reggere la signoria dopo il padre. Primogenito e amatissimo, pare che egli da principio covasse qualche astio verso la M., probabilmente fomentato dalla madre ma presto superato, grazie all’amabilità della M. e all’intervento del marchese che, proprio per porre fine a quegli assurdi rancori, volle che il ragazzo scortasse la M. a Ravenna per una villeggiatura presso i da Polenta e là rimanesse con lei per un mese.
Era il maggio 1424. Tra i due giovani, entrambi alla soglia dei vent’anni, sbocciò allora quell’incauta passione che li avrebbe condotti al patibolo: essi riuscirono a prolungare la loro relazione ben oltre i giorni ravennati; per un anno si incontrarono, sia a Ferrara sia nelle ville di campagna, senza destare rischiosi sospetti, e solo la delazione di una donzella portò alla conoscenza stupefatta di Niccolò d’Este la relazione tra sua moglie e Ugo. Furente e ferito, egli si appostò con un testimone al piano sopra la camera della M. e lì poté vedere confermata attraverso un foro aperto nell’impiantito l’esattezza della denuncia.
L’arresto dei due avvenne nella notte tra il 20 e il 21 maggio 1425. Furono segregati nei sotterranei della torre Marchesana del castello di Ferrara in due celle distinte per essere lì giustiziati senza processo, ma con un formale verdetto del podestà. A nulla valsero il pentimento di Ugo, l’incolparsi sincero della M., le suppliche rivolte al signore da Uguccione Contrari e Alberto dal Sale, suoi ministri e amici, affinché egli mutasse la pena da capitale in esemplare. I due amanti furono decapitati la notte del 21 maggio 1425 insieme con il loro ruffiano, Aldobrandino Rangoni, e quindi frettolosamente seppelliti all’alba del 22 nel giardino della chiesa ferrarese di S. Francesco, in prossimità del campanile. Anni dopo, alla figura della M. toccò l’epiteto di “Fedra di Ferrara”.
La traccia documentaria degli spostamenti e dei viaggi della M., reperibile presso l’Archivio di Stato di Modena, è l’unica fonte superstite, alla quale gli storici e i biografi della M. hanno attinto nella speranza di trovare qualche fondato indizio della sua storia d’amore, dal momento che lo scarno resoconto dei fatti tramandato dalle cronache coeve, o appena posteriori, riguarda soltanto l’esecuzione capitale dei due, mentre l’intera messe delle carte riguardanti la M. per il maggio 1424 – maggio 1425 è stata completamente eliminata da una mirata operazione di damnatio memoriae voluta con ogni probabilità dallo stesso Niccolò d’Este.
Da alcune testimonianze coeve agli eventi si apprende, peraltro, che nei giorni successivi all’esecuzione il marchese di Ferrara inviò alle Cancellerie delle principali signorie d’Italia un dispaccio nel quale rendeva conto di quanto accaduto e delle conseguenti sentenze giudiziarie, e tuttavia presso nessun archivio si è mai rintracciato un simile documento.
Non risultano ritratti coevi e certi della M., né il suo profilo riprodotto su medaglia, un manufatto molto amato dagli Estensi e tipico della civiltà alle soglie del Rinascimento. Verosimilmente, la rimozione della M. e della sua vicenda coinvolse anche eventuali opere d’arte che la ritraevano. Un ritrattino della M., immaginario e più tardo (1474), compare alla c. 6 del frammento romano della Genealogia dei principi d’Este, manoscritto membranaceo conservato presso la Biblioteca nazionale di Roma (Fondo Vittorio Emanuele, 293): vi appare graziosa e bionda, adorna di un’elaborata acconciatura e vestita riccamente.
Lo stesso fu ripreso e replicato a penna entro un tondo alla c. 10r della Historia Ferrariae di Pellegrino Prisciani, codice del XV secolo conservato presso l’Archivio di Stato di Modena (Manoscritti, 98).
La M. è stata oggetto, già nel XVI secolo, di una lunga fortuna letteraria, teatrale e musicale (cfr. Dizionario letterario e Iotti, 2004). La sua vicenda ha ispirato non solo i novellieri Matteo Bandello e Antonfrancesco Grazzini, detto il Lasca, ma anche poeti come George Byron, Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio. Lo stesso D’Annunzio trasse spunto dalla vicenda per comporre nel 1912 la sua Parisina, una tragedia lirica in quattro atti che costituisce il secondo episodio della trilogia teatrale I Malatesti, di cui nel 1902 era già stata composta la Francesca da Rimini. Anche l’opera lirica si interessò alla M.: nel 1833 fu la volta, tra le altre, della rappresentazione della Parisina musicata da Gaetano Donizetti (libretto di Felice Romani); la stessa Parisina di D’Annunzio fu in seguito musicata da Pietro Mascagni e rappresentata nel 1913 al teatro alla Scala di Milano.
(1)

4. Considerazioni personali – di Paolo Bendedei

La morte di Lucrezia Ordelaffi, madre quindicenne di Laura, è sintomatica; qui nuovamente la storia mostra lacune e libere interpretazioni in quanto alcuni storici riportano la morte di Lucrezia causata dal padre, per strozzamento, a pochissimi giorni dalla nascita di Laura.
Inoltre, lo abbiamo constatato dalla lettura del testo riportato in Treccani, le immagini di Laura-Parisina vennero occultate, da chi e quando ha poca importanza.
Quale interpretazione credibile possiamo ipotizzare per questi due passi fondamentali nella vita di Laura?
In particolare, perchè un padre uccide la propria figlia quindicenne a pochi giorni dal parto?
Ricordiamo questo aspetto della vicenda: Lucrezia fu costretta al matrimonio con il Malatesta proprio da suo padre Francesco III, per questioni politiche; sorte frequente per le ragazze di famiglie ben piazzate politicamente.
Evidentemente, e questo non è frutto di teorie, Lucrezia non era d’accordo con il padre in merito al matrimonio con il Malatesta, ragione per cui è molto probabile che il motivo della sua morte, dopo il parto, sia da ricercare nella brutale sconfitta e umiliazione inflitta al padre da Lucrezia, proprio tramite la figlia Laura; e non trascuriamo l’età di Lucrezia, quindici anni, quindi poco incline a tattiche scaltre; tattiche indubbiamente adottate da moltissime donne adulte, analogamente costrette dalla famiglia a matrimoni in cui imperava tristezza, solitudine e rassegnazione.
Semplicemente Laura non era figlia del Malatesta, e non lo era evidentemente, in quanto Meticcia, di pelle scura; questo spiega molti punti di tutta la vicenda.
Lucrezia umiliò il padre, Franceso III Ordelaffi, il marito, Andrea Malatesta, e ovviamente, dati i tempi, pagò con la propria vita questa scelta.

L’eredità spirituale di Lucrezia passò quindi alla figlia Laura, e non fu sicuramente una eredità “leggera”.
Trattiamo, naturalmente, di questioni non collocabili sul piano politico tipico dell’epoca, ovvero di accordi, scontri, guerre e guerriglie fra opposte fazioni, con tranelli, ipocrisie e tante altre azioni tipiche dell’epoca delle Signorie Italiane tardomedievali; trattiamo di eredità che vibrano su frequenze ben diverse, neanche lontanamente paragonabili alle scaramucce militari dettate dal potere effimero.

Andiamo oltre

Laura, detta Parisina, all’età di 14 anni, sposa Nicolo’ III d’Este; tralasciamo i consueti punti di osservazione in merito a questo matrimonio e soffermiamoci su altri punti:
Laura perde la madre a pochi giorni dalla nascita, il padre Reale non sappiamo chi era e quantomeno Laura ebbe la buona sorte di ricevere una adeguata educazione e di manifestare affinità naturali per lo studio e le “buone maniere” dell’epoca e per questo si meritò il secondo nome Parisina.
Parisina, alla corte Ferrarese, dimostrò qualità intellettuali di alto livello, e questo le consentì di entrare in confidenza con Stella de Tolomei e con il figlio Ugo, portatori, entrambi, di una dote dal valore enorme.
Di che si tratta?

Stemma del casato Tolomei

Se consultiamo l’Araldica, ovvero l’arte del blasone, siamo in grado, con un buon grado di approssimazione, di stabilire il significato dei simboli e dei colori che rappresentano una casata.
Consideriamo lo stemma del casato Tolomei: d’azzurro (blu) alla fascia d’argento, accompagnata da tre mezzelune montanti (rivolte verso l’alto) d’argento, due in capo e una in punta.

Confrontiamo il blasone dei Tolomei con il nome “dell’assassino”.
Premetto questo: muoversi nell’ambito della simbologia esoterica e Araldica è estremamente complesso in quanto un simbolo è sempre portatore di molteplici interpretazioni, raramente o mai univoche. Esistono indubbiamente eccezioni, ma queste non appartengono al campo della simbologia che affonda le radici in civiltà molto antiche.
Lo stemma Tolomei: in sintesi il colore argento è rappresentativo del nostro satellite, la Luna, e la luna è il simbolo del Dio Sumero SIN; ora, se confrontiamo questa interpretazione con il sostantivo Assassino, possiamo ipotizzare questo: Assassino era, originariamente, Assa Sin; per Sin abbiamo una descrizione, per Assa abbiamo questa corrispondenza, in lingua Elfica, ovvero PORTA. Porta intesa quale Apertura, quindi:
Assa Sin = Porta che conduce a Sin, nel Regno Sotterraneo.
In sintesi i Tolomei Ferraresi erano i Guardiani della Soglia, ovvero Coloro che presiedevano le Aperture che conducono, tramite lunghe scale, al Regno Sotterraneo.
Assassino quindi, in questo contesto Tolemaico, non è sostantivo o aggettivo, ma simbolo alchemico.

Questa interpretazione del blasone Tolomei non può considerarsi univoca e soddisfacente, in quanto l’Araldica di casati antichi, ed in particolare di famiglie residenti ed operative in aree geografiche di eccezionale valore storico, come appunto il territorio Laziale-Ferrarese (2), hanno, necessariamente, interpretazioni che richiedono una visione storica, esoterica ed alchemica di primo livello.
Ciò che rende affascinante il blasone Tolomei, oltre ai due colori blu e argento, è indubbiamente il significato delle tre mezzelune montanti; ripeto, non è possibile fornire una interpretazione univoca di questa simbologia, eppure, seguendo almeno quattro percorsi interpretativi non ordinari, e non esclusivamente dipendenti dal nostro satellite, il traguardo è sempre il medesimo, ovvero il forte legame Tolomei-Regno Sotterraneo.
Pertanto, se il punto di arrivo di più strade, diverse per contenuti e concetti interpretativi, e a prescindere dalla mente di chi segue i vari percorsi interpretativi, è il medesimo, significa questo: il blasone è un veicolo, un mezzo che apre uno o più percorsi, il cui scopo è guidare l’ego del Ricercatore verso il punto di arrivo.

5. L’accordo Parisina-Ugo e la fuga

Analizziamo due affreschi del XV° secolo.

https://www.altrogiornale.org/lamerica-antidiluviana-in-un-dipinto-del-1451/

L’America antidiluviana in un dipinto del 1451
By Riccardo Magnani, 10 settembre 2013

Un dipinto di Piero della Francesca del 1451 che si trova nel Tempio Malatestiano di Rimini rappresenta senza ombra di dubbio le coste del continente nordamericano.

Il Tempio Malatestiano di Rimini è la chiesa maggiore della città e, per questo motivo, è usualmente indicato dai cittadini come il Duomo; rinnovato completamente a partire dal 1447 con il contributo di artisti come Leon Battista Alberti, Matteo de’ Pasti, Agostino di Duccio e Piero della Francesca, è, sebbene incompleta, l’opera chiave del Rinascimento riminese ed una delle architetture più significative del Quattrocento italiano in generale.
Sotto la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, venne da subito deciso di sistemarvi una cappella dedicata a San Sigismondo, santo omonimo nonché patrono del committente, affidando il progetto inizialmente al veronese Matteo de’ Pasti, salvo poi affidare il restante restauro al più quotato Leon Battista Alberti.
Non è qui mia intenzione fare una analisi del Tempio; voglio invece portare l’attenzione su qualcosa di molto significativo, in ordine a definire, o meglio dovremmo dire ri-definire, gran parte della nostra storia e degli accadimenti che l’hanno caratterizzata; mi riferisco a un dipinto di Piero della Francesca presente nell’ultima parte del Tempio, quella appunto caratterizzata dagli interventi di Pandolfo Sigismondo Malatesta.
Qui si colloca l’affresco di Piero della Francesca del 1451 che, secondo il parere di biografi e gli accademici ritrae Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo; in questo dipinto “la glorificazione del committente ha il culmine, il tema religioso si intreccia con aspetti politici e dinastici, come nelle fattezze di san Sigismondo che celano quelle dell’imperatore Sigismondo del Lussemburgo, che nel 1433 investì il Malatesta come cavaliere e ne legittimò la successione dinastica, ratificandone la presa di potere” (De Vecchi-Cerchiari)…

Nel corso dei miei studi in relazione al Rinascimento italiano, innescato dal tentativo esperito da Cosimo de’ Medici di riunificare la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente attraverso il concilio tenutosi nel 1438-1439 a Firenze, documentato da Benozzo Gozzoli nei dipinti di Palazzo Medici-Ricciardi a Firenze, ho potuto riscontrare diverse anomalie rispetto alle ricostruzioni ufficialmente riconosciute ad oggi, al punto da cambiare completamente la mappatura delle opere e di alcuni accadimenti che, storicamente e politicamente, avranno poi assunto un ruolo di rilevanza assoluta, come ad esempio la scoperta dell’America; ufficialmente la si fa risalire, come tutti sanno, al 12 ottobre 1492, data che casualmente coincide con la data in cui l’autore di questo dipinto, Piero della Francesca, muore a Borgo San Sepolcro.

Per quanto attiene a tutte le anomalie da me riscontrate, di cui all’accenno precedente, rimando alle tre pubblicazioni che sto finendo di editare.
Nel caso puntuale di questo mio articolo, invece, voglio porre l’attenzione su ciò che questo dipinto di Piero della Francesca stia a rappresentare, ovvero una raffigurazione dell’America del Nord esattamente 41 anni prima della scoperta ufficiale del nuovo continente attribuita a Cristoforo Colombo (sulla cui identità ho già avuto modo pubblicamente di dibattere a lungo, motivo per il quale non ritengo opportuno soffermarmi oltre, anche per la totale ininfluenza della circostanza dopo quanto andrò a motivare in questa sede). L’affermazione di poc’anzi, ovvero che questo dipinto “stia a rappresentare una raffigurazione dell’America del Nord esattamente 41 anni prima della scoperta ufficiale attribuita a Cristoforo Colombo” è facilmente riscontrabile dall’osservazione e dal raffronto con quanto oggi sono le terre emerse sul nostro pianeta in corrispondenza del territorio nordamericano, come mostrato in figura:

E’ inutile tediarvi con una narrazione puntuale delle singole località ravvisabili nel dipinto riminese; mi limiterò a sottolineare come esista un solo territorio circoscritto alle coste del Golfo del Messico a sud e alle isole dell’Arcipelago Artico canadese a Nord, e si chiama America del Nord. Ufficialmente scoperta il 12 ottobre 1492 da Cristoforo Colombo, così almeno recitano i testi di storia, come si dimostra in questa circostanza l’America era conosciuta già sin dai tempi in cui, nel 1451, Piero della Francesca viene chiamato a decorare le pareti del Tempio Malatestiano di Rimini.
Analizzando il dipinto, alla sinistra di un deferente Pandolfo Sigismondo Malatesta, non troviamo Sigismondo d’Ungheria bensì Gemisto Pletone, ovvero colui il quale, nel 1438, guidò il seguito di filosofi, matematici e astronomi che accompagnarono Giovanni VII il Paleologo al Concilio di Firenze, portando con sé, a questo punto con certezza pressoché incontrovertibile, mappe astronomiche e geografiche di assoluto rilievo, rimandanti a quel mondo pre-cristiano bizantino di cui la Biblioteca Alessandrina era la massima testimonianza, più volte ferocemente e gravemente minacciata e definitivamente distrutta nei primi secoli dopo Cristo, grazie anche agli editti di costantino conseguenti al Concilio di Nicea del 325 d.C.

Non tratterò in questa sede il ruolo di Gemisto Pletone e il suo venir spesso confuso nelle interpretazioni degli studiosi con altri personaggi, a volte immaginari, come nel caso di quell’Ermete Trismegisto raffigurato in Duomo a Siena e talvolta con personaggi reali, quale addirittura Leonardo da Vinci (la mia peculiarità di studio preminente) nel dipinto di Raffaello nei Musei Vaticani, La Scuola di Atene; quello che universalmente viene ritenuto essere Leonardo da Vinci, rappresentato da Raffaello nei panni di Platone con il Timeo sottobraccio, in realtà è nuovamente Gemisto Pletone che discute Basilio Bessarione, anch’egli al seguito di Giovanni VII il Paleologo durante il Concilio fiorentino. Nel 1439, infatti, Pletone scrisse sulla differenza tra la filosofia platonica e quella aristotelica, da cui nacque una forte polemica tra i platonici, sostenuti anche da Basilio Bessarione, e gli aristotelici.
Il contrasto verteva sull’idea che fosse possibile, seguendo la concezione platonica, una possibile unificazione delle diverse religioni.
Secondo Pletone nella filosofia platonica, erede di quella zoroastriana, era tratteggiato il modello di una società ideale teocentrica fondata sul culto del dio Sole, e chiaramente Raffaello pone l’accento su questo episodio.
Mi tocca fare una precisazione, necessaria per meglio comprendere la sintesi di cui si compone questo scritto: gran parte degli artisti rinascimentali, oltre ad essere stati ottimi pittori, erano a loro volta dei cronisti del tempo che vivevano; attraverso le proprie opere, dunque, testimoniavano la vita di tutti i giorni, a maggior ragione laddove vi erano conflitti di natura politica e ideologica come quelli fortemente caratterizzanti questo periodo storico di importanza assoluta, non fosse altro che per il fatto che è in questo periodo che è stato gettato coltivato il seme che ha filiato l’attuale situazione economico-politica attuale (naturalmente inserisco il potere spirituale rappresentato dalle religioni tutte nella caratterizzazione politica, per ovvie ragioni). Per questo motivo, e proprio in virtù di altre rappresentazioni di Gemisto Pletone da parte di artisti terzi rispetto a quelli citati, mi permetto di fare una simile affermazione.

Affresco di Piero della Francesca – Tempio Malatestiano – Rimini

6.1 I due levrieri nel dipinto di Piero della Francesca

Premessa, da http://www.dicasamarziali.com/it/cani-primitivi-e-levrieri.html
LEVRIERI E CANI PRIMITIVI NEL BACINO DEL MEDITERRANEO Alberto Bertelli
La genetica ha confermato che i Levrieri e i Cani cosiddetti Primitivi rappresentano le prime razze – o i primi gruppi – genotipicamente e fenotipicamente omogenei, che affiancarono l’uomo in un periodo antecedente al 5000 a. C., durante il passaggio dell’umanità dalla condizione di caccia/raccolta a quella di agricoltura/allevamento. L’area geografica in cui si sviluppò, nel corso dei millenni, la simbiosi fra gli uomini e questi due gruppi di razze canine si estende fra Mezzaluna Fertile e la penisola Iberica, comprendendo parte dell’Eurasia e del Nord Africa. Nel presente articolo verranno presentate alcune razze mediterranee, scelte fra le più rappresentative del territorio italiano e iberico, dirette discendenti dai primi Cani Primitivi e dai primi Levrieri.
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Levriero: un cane dalle origini antiche, elegante e intelligente

Il levriero è una delle razze canine più antiche in assoluto: amato ed apprezzato sin dai tempi degli Egizi, è arrivato ai giorni nostri e continua ad essere molto diffuso in tutto il mondo. Si tratta di una razza che presenta delle caratteristiche differenti a seconda della zona geografica: non esiste un solo levriero, perchè le diverse specie si distinguono sia per via dell’aspetto che per il carattere. Comuni a tutti gli esemplari sono la corporatura snella e la testa piccola rispetto al resto del corpo: caratteristiche che rendono questi cani particolarmente eleganti e raffinati.
Sembra quasi altezzoso, il levriero, ma in realtà ha un’intelligenza superiore alla norma e l’aspetto può ingannare. Alcuni esemplari, come ad esempio il levriero italiano, sono particolarmente dolci ed affettuosi mentre altri hanno bisogno di più tempo per riporre la loro fiducia nel padrone. In tutti i casi, stiamo parlando di cani che si possono addestrare con una certa facilità e che regalano immense soddisfazioni.

6.2 Chi rappresentano i due levrieri? di Paolo Bendedei

Il levriero, oltre ad essere una razza molto antica, è portatore di significati esoterici, sempre legati a Regni paralleli a quello umano.
Nel dipinto Riminese di Piero della Francesca abbiamo due levrieri, uno di colore bianco, uno di colore nero; il levriero bianco è rivolto verso Gemisto Pletone, il levriero nero è in opposizione, in particolare è opposto a Sigismondo Malatesta.
Questi due levrieri li ritroviamo nel ciclo di affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, a Ferrara, datato 1467- 69, nella fascia inferiore del mese di marzo, affiancati, con in primo piano il levriero bianco, come a Rimini.
Chi ha dipinto questo affresco ha ritratto i due levrieri nell’atto di compiere un salto, disposti in parallelo e diretti al medesimo obiettivo; i due levrieri rappresentano Ugo, di colore bianco, e Laura-Parisina, di colore nero e con il salto raggiungeranno il Regno Sotterraneo, rappresentato più volte negli affreschi del Salone dei Mesi di palazzo Schifanoia.
Dunque i due giovani eredi delle casate Tolomei-Este e Gonzaga-Ordelaffi-Malatesta, tagliarono i ponti con la società umana, di superficie, e si trasferirono nel Regno Sotterraneo, dato che a Ferrara e nel territorio circostante, e grazie al primogenito Tolomei, questa operazione era di una semplicità estrema.
Poi fu d’obbligo inventare la finta e insulsa storiella che conosciamo, per non manifestare alla Storia l’esistenza del Regno Sotterraneo.

6.3 Sala dei Mesi di Palazzo Schifanoia: La fuga di Ugo e Parisina, rappresentata nel mese di marzo – di Paolo Bendedei

Parete Est, mese di Marzo, fascia inferiore: perchè i due levrieri vengono inseriti nel mese di Marzo?
Possiamo dedurre i motivi di questa scelta dalla data di finta esecuzione della pena capitale di Ugo e Parisina, 21 maggio: ricostruzione dei fatti – la fuga di Ugo e Parisina avviene dopo pochi giorni il 24 marzo, sesto compleanno delle due figlie gemelle di Parisina, Ginevra e Lucia.
A fuga avvenuta, quindi nei giorni conclusivi di marzo 1425, la Corte Estense si prodigò nella raccolta di informazioni, documenti, quaderni, diari …
Al 10 di aprile il “quadro” degli eventi e delle intenzioni di Ugo e Parisina è chiaro; Nicolò III e la Corte decidono di inviare una delegazione a Roma, da Papa Martino V, per chiedere come risolvere questa situazione critica; dopo le necessarie preparazioni i Cavalieri partono da Ferrara entro il 15 aprile 1425 e raggiungono Roma verso il 20-25 aprile.
In Vaticano la delegazione ferrarese consegna la documentazione riguardante la fuga; discute, e attende alcuni giorni.
Nei giorni conclusivi del mese di aprile la soluzione è pronta.
La delegazione parte da Roma e arriva a Ferrara verso il 10 maggio; Nicolò III e la Corte sono informati su come agire. Tempo una settimana e la Fiction ha il suo epilogo.

Settaglio del mese di marzo – Palazzo Schifanoia

Palazzo Schifanoia

Rivolgiamo la nostra attenzione alla fascia inferiore del mese di marzo e osserviamo-analizziamo come è organizzato lo spazio figurato attorno ai due levrieri.
Trattando un fatto storico estremamente scomodo, la configurazione simbolica assume un aspetto bivalente, ovvero esprime, da un lato, un linguaggio semplice e immediato, che trasmette scene quotidiane ordinarie; poi, ad un’analisi congiunta affresco di Schifanoia e affresco del Tempio Malatestiano, l’altro lato manifesta una verità arcana, non casuale, frutto di una Regia attenta a non commettere ingenuità iconografiche.
E’ altresì vero, quasi intuitivo, osservare un linguaggio simbolico geniale per l’estrema semplicità con cui comunica all’osservatore una verità storica indubbiamente critica e, al contempo, estremamente comprensibile: i due levrieri sono in prossimità di una scala con pochi gradini, posta all’estremità sinistra del mese di marzo, quindi a conclusione del mese: questo a conferma di quanto esposto sopra in merito ai giorni di possibile fuga.
La scenografia del luogo da cui parte la scala è rappresentativa di attività agricole, quindi il luogo imprecisato non è nel contesto urbano ferrarese, ma presso una delle delizie Estensi di campagna.
Posizionate sopra i due levrieri, ed in parallelo a questi, due lepri corrono, per rappresentare l’imminente azione dei levrieri, mentre nella zona immediatamente sottostante uno sparviero in volo punta verso il basso, a supporto dell’azione imminente dei due levrieri, quindi fuga in direzione verso il basso. L’apertura nel terreno su cui spiccano il salto i due levrieri mostra uno stralcio di paesaggio con un corso d’acqua; questo è il Regno Sotterraneo, come del resto è minuziosamente rappresentato in molti dipinti del quattrocento italiano.
Nel lato opposto ai levrieri, rispetto l’apertura che mostra il Regno Sotterraneo, alcuni personaggi della Corte Estense osservano attentamente i due levrieri; gli sguardi e le bocche mostrano perplessità, non mostrano segni di emozione.

I vari personaggi rappresentati in questo settore del mese di marzo, sono disposti in modo da formare una serie di triangoli isoscele e triangoli rettangoli unendo gli occhi dei vari soggetti, siano essi uomini, levrieri o cavalli. In questa struttura di base, geometrica e simbolica, l’occhio destro del levriero bianco-Ugo assume un ruolo centrale. Questa disposizione iconografica, modulata su base geometrica, riveste un ruolo essenziale ed esprime un linguaggio comunicativo con l’osservatore, in cui L’occhio destro del levriero bianco diviene un punto focale per la mente.

7. Conclusioni – di Paolo Bendedei

Una valutazione di questa vicenda, tutt’altro che triste, la riassumo in tre parole: messaggio politico enorme

Perchè messaggio politico?

Innanzitutto la scelta di trasferirsi nel Regno Sotterraneo nasce nella mente di Laura; Ugo, socio e complice, accettò il messaggio politico, supportato dal consenso materno, fornendo l’aiuto necessario e indispensabile a Laura.
Laura, come ho scritto nel paragrafo 4.: “L’eredità spirituale di Lucrezia passò quindi alla figlia Laura”
esprime un messaggio politico estremamente forte, e questo messaggio, ad oggi, è ancora in attesa di risposta.

Di che si tratta?

Qui dobbiamo aprire la mente alla Storia Reale e impegnarci a capire un punto cruciale, un passaggio storico fondamentale, non solo per la Storia di Ferrara.
La fuga di Ugo e Laura nasce evidentemente nella mente di Laura ma, e questo è un ulteriore punto cruciale, il concetto “eversivo” di Laura-Lucrezia viene elaborato e sviluppato da Stella Tolomei, madre di Ugo.
Stella è portatrice del sangue Tolomei e, come abbiamo constatato analizzando il Blasone e il valore alchemico del termine Assassino, possiede le chiavi di accesso fisico e psichico al Regno Sotterraneo; Tolomei è una stirpe molto antica e, lo ripeto, nulla vieta di ipotizzare lontane parentele con i Regnanti della civiltà Egizia, intesa come erede della Grande Cultura Elfica, di cui conosciamo solo alcuni aspetti marginali.
Il messaggio di Stella-Laura-Lucrezia rientra in una serie di ulteriori messaggi, che, di fatto, costituiscono un unico grido di allarme per l’intera Umanità e questo grido di allarme raggiunse il suo apice nel XV° secolo.
In questo insieme complesso di elementi rientrano varie opere e azioni, alcune note, altre sconosciute.

Transetto della Basilica di Santa Maria in Vado – Tempio del Miracolo Eucaristico

A mio parere il messaggio più incisivo è datato 28 marzo 1171 e, intenzionalmente, legato al sangue in quanto portatore di un messaggio di sangue; questo avviene nella ex chiesa dedicata a Santa Maria in Vado, a Ferrara, ed è il “Miracolo Eucaristico”.
Esprimo da anni i miei migliori complimenti alla Regista di questo evento legato al sangue, in quanto, con questo messaggio-miracolo, riuscì a mantenere vivo, nei secoli, un elemento di riflessione legato ad un fatto storico di estrema gravità; fatto storico che verrà ben rappresentato dalla fuga di Ugo e Parisina.

Confrontiamo le due date: 28 marzo 1171 e 29 dicembre 1170, quest’ultima riferita all’omicidio dell’Arcivescovo Thomas Becket, presso la cattedrale di Canterbury, quindi ulteriore evento, presso un tempio cristiano, legato al sangue. (3)
Consideriamo i due eventi come punti estremi di una linea temporale comune, quindi contiamo i giorni che separano i due eventi: conteggiamo due giorni in dicembre, il 30 e il 31, i 31 gg di gennaio, i 28 di febbraio e i 27 giorni rimanenti di marzo, tot. 2+31+28+27=88
quindi i giorni “pieni”, di 24 ore, che separano i due eventi, sono 88.

Quale significato per il numero 88? Chiaramente si tratta di un numero simbolico, legato alla creazione della Matrice Umana; al momento trascuriamo trattarsi di una firma autografa e proseguiamo oltre.
Il Miracolo Eucaristico del 28 marzo 1171 (coincidenza? eppure la data di fuga di Ugo e Parisina potrebbe coincidere con il 28 marzo 1425) è quindi un messaggio legato all’omicidio di Thomas Becket, quindi un messaggio rivolto al passato.
La data dell’omicidio Becket è 29 dicembre 1170; applichiamo la medesima regola vista con il Miracolo Eucaristico, muovendo i nostri passi verso il passato, con punto di partenza omicidio Beckett,
quindi sottraiamo da questa data 88 anni e 88 giorni, utilizzando il medesimo metodo, ovvero consideriamo anni e giorni che separano i due eventi e otteniamo il giorno 1 ottobre 1080, anch’esso evidentemente legato ad un fatto di sangue, estremamente importante.

Ora osserviamo attentamente queste corrispondenze:

• il decesso di Leonello d’Este, fratello minore di Ugo, è datato, secondo la storia, 1 ottobre 1450;
• la contestazione studentesca del 1968, rispetto l’anno 1080, è algebricamente distante 888 anni.
• La fondazione della vicina Università di Bologna, stabilita nel XIX secolo, e databile al 1088.

Questi eventi, raccolti nell’insieme di elementi che riconducono al giorno 1 ottobre 1080, rappresentano punti cardine nel settore di struttura della Matrice che ha in gestione le azioni umane riconducibili, quindi connesse, al fatto di sangue del 1° ottobre 1080: struttura karmica che, come nella tavola del gioco degli scacchi, utilizza settori di colore bianco e settori di colore nero, in sintesi i due numeri zero e uno nel linguaggio dei computer.
E’ sempre un piacevole traguardo comprendere i motivi che guidano le azioni umane, plasmate nella rete karmica, questo perchè consente di capire le intenzioni e i pensieri di chi genera la Matrice, e in questo caso particolare, la protesta giovanile universitaria, datata 1968, portatrice di quel numero a tre cifre, così straordinario ed eloquente, 888, esprime una verità storica drammatica.

Dunque Morte di Leonello, Miracolo del Sangue a Ferrara, Grave fatto di Sangue a Canterbury, contestazione Giovanile Universitaria, Parigi, Ugo e Parisina, fondazione Università di Bologna a pochi anni dal 1080: credo che il messaggio delle Creatrici della Matrice sia chiaro, molto chiaro!
Oltre a questi messaggi, personalmente devo sommare ulteriori messaggi vissuti in prima persona, molto diretti, estremamente cristallini, sempre connessi all’area urbana in prossimità della chiesa dedicata a Santa Maria in Vado; nulla di drammatico, questo è evidente, ma tutto estremamente coerente, lineare, sintetico.

Riassumendo: Morte, Sangue, Ferrara, Grave fatto di Sangue, Giovani Universitari, Parigi, Parisina; il messaggio è chiaro!
A Ferrara esisteva una antica Università, molto antica, che subì alcune interruzioni nel corso dei secoli, e questa Università EDUCAVA prioritariamente le ragazze, provenienti da ogni angolo del pianeta (questo spiega l’antico nome di Massa Babilonica, attribuito a questa straordinaria città); il nome di questa Università era legato alle tre consonanti P, R, S, da cui i vari nomi Paris, Parisienne … Ferrara è sempre stata, fin dalla sua antica fondazione, un luogo di studi molto avanzati, un vero e proprio Centro Ricerche, anche se, ad onor del vero, non di matrice umana … ma questa è un’altra storia, che al momento trascuriamo.

Basilica di Santa Maria in Vado – Ferrara

Cosa avvenne quindi il 1° ottobre 1080?
Avviene una strage, un fatto di sangue drammatico, un messaggio politico-marziale, finalizzato al blocco dell’evoluzione della Consapevolezza Umana; la sede universitaria ferrarese venne aggredita nella notte in maniera estremamente violenta, con l’assasinio degli studenti e dei docenti, compresa la Fondatrice di questa Università, nota il tutto il Pianeta.
Il luogo in cui avviene la strage, ovvero il quartiere residenziale di studenti e docenti, era nelle immediate vicinanze alla chiesa dedicata a Santa Maria in Vado, la chiesa dove avverrà il Miracolo del Sangue; molto probabilmente in quella che è ora Via Madama-Via Borgo di sotto.
Ricordiamo che DAM, presente in Ma dam a, significa Sangue in ebraico ed il valore numerico associato alla parola DAM è 44.
Notiamo anche questa singolarità: nelle immediate vicinanze alla via Madama e alla chiesa di Santa Maria in Vado, anticamente esisteva la Cisterna del Follo; si trattava di una antica torre, inglobata nelle mura medievali, adiacente al Pratum Bestiarum, un luogo dalla forma planimetrica triangolare, nell’area occupata dalla Palazzina di Marfisa D’Este. Perchè questo nome: Cisterna del Follo?
La follatura, tipica operazione eseguita dagli artigiani lanieri, era riservata ad una zona dellà città distante da questa, mentre la follatura eseguita presso la Cisterna del Follo, era riferita al trattamento del Sangue proveniente dalla macellazione di bovini e suini presso il Pratum Bestiarum. La follatura del Sangue permetteva di ottenere il colorante, a base metallica (Ferro), necessario per la colorazione dei pellami.

Con queste considerazioni anche la Damnatio Memoriae applicata a questa drammatica vicenda è dissolta.
Tratteremo sicuramente in futuro, spero al più presto, questo argomento, descrivendo la Vera Storia della Basilica Bolognese di San Petronio e, tornando alla fuga di Ugo e Parisina, il messaggio politico di cui abbiamo sottolineato l’importanza, era legato alle giovani studentesse e alle conseguenze politiche, sociali e alla condizione femminile, conseguenti alla strage perpetuata a Ferrara il 1° ottobre 1080.

(1): Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Modena, Ambasciatori, Venezia, b. 1, a. 1418 (missive relative alle trattative per le nozze della M.);
Camera marchionale, Registrum literarum et mandatorum Nicolai III marchionis Estensis quandoque et dominae Parisinae marchionissae, 1422-24;
Casa e Stato, Serie generale, Membranacei, cass. 23, doc. 43: 7 ott. 1424, Santarcangelo; doc. 45: 13 ott. 1424, Poggio Berni;
Diario ferrarese dal 1409 sino al 1502 di autori incerti, a cura di G. Pardi, in Rer. Ital. Script., 2a ed., XXIV, 7, pp. 15-17;
L. Tonini, Della storia civile e sacra riminese, V, Rimini nella signoria de’ Malatesti, 2, Rimini 1882, pp. 131-134;
G.B. Gioia, Parisina M. Racconto storico e religioso fondato sulle croniche del Medio Evo e sulla Bibbia, I-II, s.l. 1864;
A. Solerti, Ugo e Parisina. Storia e leggenda secondo nuovi documenti, in Nuova Antologia, 16 giugno 1893, pp. 593-618; luglio 1893, pp. 61-84; G. Petrucci, Ugo d’Este e Parisina M. Reminiscenze storiche, Ferrara 1903; E. Biondi, Ricordi di donne leggiadre, I, Parisina, Bagnacavallo 1912;
C. Grossi, Ugo e Parisina nella leggenda e nella storia, in Secolo XX, XI (1912), pp. 793-801;
A. Zucchini, Parisina, in Riv. mensile del Touring Club Italiano, XVIII (1912), 6 (estratto);
A. Lazzari, Parisina, Firenze 1949;
L. Chiappini, Gli Estensi, Varese 1967, pp. 93-95;
A. Mazzeo, Donne famose di Romagna, Bologna 1972, pp. 45-55;
M. Tabanelli – F. Fleetwood, L. M. (detta Parisina), in M. Tabanelli – F. Fleetwood, Le donne dei Malatesti, Brescia 1984, pp. 39-42;
G. Boccolari, Le medaglie di casa d’Este, Modena 1987, pp. 24 s., 36;
Il tempo di Nicolò III. Gli affreschi del castello di Vignola e la pittura tardogotica nei domini estensi (catal., Vignola), Modena 1988, p. 50;
A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale, I, Dal 1341 al 1471, Ferrara-Roma 1993, pp. 118-122;
P.G. Fabbri, La signoria di Malatesta Malatesti (Andrea) signore di Cesena (1373-1416), Rimini 1999, pp. 160, 195;
R. Iotti, Alleanze tra Po e Marecchia. Le relazioni nuziali tra le case d’Este e Malatesti, in I Malatesti, a cura di A. Falcioni – R. Iotti, Rimini 2002, pp. 353-355 nn. 29-38;
Id., Parisina Malatesti d’Este, in Le donne di casa Malatesti, a cura di A. Falcioni, Rimini 2004, pp. 269-296; E. Bianchini, Il sogno di Parisina, in Il Ducato. Terre estensi, luglio-settembre 2005, n. 15, pp. 22-32;
Diz. letterario delle opere e dei personaggi (Bompiani), III, Milano 1980, pp. 403 s. R. Iotti

(2). Laziale-Ferrarese: anticamente Lazio era il nome dell’attuale territorio ferrarese, esteso verso Ravenna e nel polesine rodigino, e Massa Babilonica, o Babilonia, era uno dei vari nomi, attribuito anticamente al centro urbano, ora Ferrara. Questi nomi furono poi copiati e traslati in altri luoghi, e stesa la solita e infinitamente ripetuta Damnatio Memoriae sul territorio ferrarese. Argomento spinoso aperto, ne riparleremo trattando del testo “La città delle Dame”, scritto da Christine de Pizan.

(3): Demolita nel 1836 , la chiesa Ferrarese dedicata a S. Tommaso (Thomas Becket) era posta al termine della via Scandiana, poco distante da Santa Maria in Vado e da Palazzo Schifanoia.