La Lapide Aelia Laelia Crispis

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La Lapide Aelia Laelia Crispis

Heather Theurer - Elegant Warrior, Mulan

Tratto dal sito www.metamorfosialiene.com, 31 luglio 2015, Ricerche

Fonte testo sottostante: Musei di Bologna

Heather Theurer – Elegant Warrior, Mulan

La lapide Aelia Laelia Crispis è esemplare di una cultura ermetica ed emblematica, variamente congiunta alla componente ludica, in voga negli ambienti colti bolognesi del Cinquecento.
La “pietra di Bologna” ebbe in passato uno straordinario successo fra studiosi e viaggiatori italiani e stranieri; vi fu anche chi giunse a dire che essa sarebbe bastata da sola a dare fama alla città.
Vari autori si affannarono a dare spiegazioni improbabili dell’”enigma”, astruse o ingenue, mentre il nome di Aelia trovava posto in dizionari enciclopedici settecenteschi.
Il Romanticismo provocò un nuovo risveglio di interesse per l’iscrizione e la sua entrata nella letteratura europea (Walter Scott, Gérard de Nerval).
La pietra scampò fortunosamente ai bombardamenti del 1943.

… La lapide, scolpita nel secolo XVI per volontà del Gran Maestro dei Cavalieri Gaudenti Achille Volta, era collocata nel complesso di Casaralta, luogo di delizie e priorato dell’ordine stesso.
Divenuta col tempo illeggibile, venne fatta ricopiare nel secolo successivo dall’omonimo nipote di Volta.
Fortunosamente scampata ad un bombardamento aereo che nel corso dell’ultimo conflitto distrusse il complesso di Casaralta, la lapide è attualmente esposta nel Lapidario del Museo Civico Medievale di Bologna.

L’enigma in lingua latina, che si inserisce nel clima di sottile intellettualismo, esclusivo e perfino esoterico, che caratterizzava buona parte della cultura letteraria manierista, ha per secoli sollecitato congetture e ipotesi interpretative da parte di illustri studiosi e letterati.
Seguendo una sorta di rito, raramente i viaggiatori colti si esimevano dal programmare una visita a quel misterioso, attraente testo inciso nella pietra, che secondo il letterato secentesco Emanuele Tesauro, “sarebbe bastata da sola alla fama di Bologna”.
Le più disparate soluzioni, frutto di appassionati ragionamenti di pensatori, eruditi, storici, intellettuali, cultori di esoterismo e alchimia, si intrecciavano in complesse e a volte stravaganti soluzioni.

Perfino alcuni scrittori, in particolare Walter Scott e Gérard de Nerval, affascinati da questa famosa lapide, non mancarono di citarla nei loro romanzi e racconti. Alcuni affermano che interpretando il testo si possa arrivare al compimento dell’opera, cioè alla pietra filosofale; altri, di rimando, lo giudicano il frutto di un raffinato gioco, in definitiva uno scherzo intellettualistico; altri ancora, appassionati cultori di enigmistica, propongono fantasiose ipotesi.
A questo stuolo si aggiungono gli scettici che, ritenendo senza nesso logico le parole, pensano che si tratti di un puro virtuosismo verbale fine a se stesso.
Ma nonostante la pletora delle ricerche e delle congetture, l’enigma rimane tuttora insoluto.

 

D M
Aelia Laelia Crispis
Nec vir nec mulier nec androgyna
Nec puella nec iuvenis nec anus
Nec casta nec meretrix nec pudica
sed omnia
sublata neque fame neque ferro neque ueneno
Sed omnibus
Nec coelo nec aquis nec terris
Sed ubique iacet
Lucius Agatho Priscius
Nec maritus nec amator nec necessarius
Neque moerens neque gaudens neque flens
Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum
Sed omnia
Scit et nescit cui posuerit

 

Le prime notizie della pietra risalgono alla seconda metà del cinquecento ma la versione in cui oggi possiamo guardarla nel ricostruito Museo Civico Medievale di Bologna, è un rifacimento del XVII secolo. Come già detto, non sappiamo con esattezza quante trasformazioni abbia subito il testo nelle sue trascrizioni ma la traccia lapidea, essenzialmente, è quella che ora vediamo.

 

La Lapide di Aelia Laelia Crispis

Tratto da: http://www.aelialaeliacrispis.com/

La Lapide di Aelia Laelia Crispis è una “falsa” iscrizione funeraria romana, dedicata da un certo Lucio Agatho Prisco ad una certa Aelia Laelia Crispis.
Aelia non è né uomo né donna, né androgino, né fanciulla, né giovane, né vecchia, né casta, né meretrice, né pudica ma tutte queste cose insieme.
Il sepolcro che la contiene non è un vero sepolcro perché non vi è un cadavere, il cadavere non è contenuto in un sepolcro ma è il cadavere ad essere il sepolcro di se stesso.
La “Lapide”, a volte nota anche come la Pietra di Bologna, ha avuto una grande fortuna attraverso i secoli. Gli studenti, che da tutte le parti del mondo venivano a Bologna a studiare, trasportavano in tutta Europa l’atmosfera alchemica che emanava.
Copie della Lapide esistono a Padova, a Chantilly, nel castello dei Principi di Condé e nel museo di Beauvais, nell’Oise in Francia. C’era chi veniva a Bologna solo per vederla e, secondo un letterato del Seicento, sarebbe bastata da sola alla fama di Bologna.
Si dice che contenga il ‘Segreto della Vita’. … Prescindendo dal significato recondito, una traduzione letterale è la seguente:

 

Agli Dei Mani
Aelia Laelia Crispis
né uomo né donna né ermafrodita
né fanciulla, né giovane, né vecchia
né casta, né meretrice, né pudica
ma tutto ciò
uccisa
non dalla fame, non dal ferro, non dal veleno
ma da tutto ciò
non in cielo, non in acqua, non in terra
ma ovunque giace
Lucius Agatho Priscius
né marito, né amante, né parente
non triste, né allegro, né piangente
questo
non mausoleo, né piramide, né sepolcro
ma tutto ciò
sa e non sa a chi è dedicato
questo è un sepolcro che non ha un cadavere
questo è un cadavere che non ha un sepolcro
ma lo stesso cadavere è sepolcro a se stesso.

 

La Pietra Filosofale di Bologna

Tratto da: Gabriella Chmet, Valentino Bellucci – Miti & Misteri dell’Emilia Romagna, Editoriale Programma – 2018

pag.17: Nel Museo Civico Medievale di Palazzo Ghisilardi è possibile ammirare la nota “Pietra di Bologna”,
ovvero la lapide di Aelia Laelia Crispis.
Si tratta di una lastra di calcare alta 1,63 cm., larga 1,17 cm. e pesante circa 4 quintali.
La lastra si trovava nella villa di Casaralta, proprietà della famiglia Volta, che da secoli apparteneva all’Ordine dei Cavalieri di Maria Gloriosa, istituito a Bologna nel 1261 …
Per secoli la lapide si trovava su un muro della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, accanto all’antico priorato trasformato in villa. Nella seconda metà del Seicento la lapide era così consunta che Achille Volta, appartenente al casato e occultista, ne fece una copia.
In questa pietra si può leggere un epitaffio funebre, anche se i nomi in esso citati sono immaginari e rimandano a simboli e indizi in grado di guidare il ricercatore verso la Pietra Filosofale.

Segue testo della lapide

Queste frasi vanno oltre ogni logica aristotelica e forse occorre ricorrere alla logica hegeliana per poterle accettare, con quella sintesi che unisce tutti gli opposti; si tratta però di una sintesi assoluta, che va ben oltre la mente umana.
Ad ogni modo l’epigrafe costituisce ancora oggi una sfida interpretativa, in quanto senza avere la chiave corretta, usata dagli iniziati stessi che l’hanno composta, le interpretazioni diventano infinite.

Al di là di ogni speculazione il vero mistero della Pietra di Bologna resta interiore, come notava giustamente
Thomas Browne:
La mia conoscenza superficiale della Pietra Filosofale (la quale è qualcosa di più della perfetta esaltazione dell’Oro) mi ha insegnato molto di Teologia, e alla mia fede ha rivelato in che modo lo spirito immortale e la sostanza incorruttibile della mia anima possano giacere oscuri e dormire per qualche tempo entro questa casa di carne”.
Nell’Italia del Rinascimento le scienze esoteriche, come l’alchimia e l’astrologia, rinascono per uno scopo superiore, legato all’anima più che alla materia.
L’enigma bolognese è un invito, per ogni lettore, ad incamminarsi per strade interiori, percorse nei secoli da uomini come Pico della Mirandola, Leonardo, Giordano Bruno e molti altri.

 

Interpretazioni infinite di Paolo Bendedei

Gli autori del testo “ Miti & Misteri dell’Emilia Romagna” scrivono: “… senza avere la chiave corretta, … le interpretazioni diventano infinite”.
Dunque, come si procede per giungere ad una traduzione del testo alchemico riportato nella Lapide senza incorrere in errori interpretativi?
Se ripercorro la strada seguita nelle personali ricerche storiche, posso tranquillamente affermare questo:
non è possibile tradurre il testo della lapide bolognese se, a priori, disconosci la Vera Storia del Colle della Guardia, se, a priori, disconosci la Vera Storia del progetto originale dell’attuale Basilica di San Petronio, o del Compianto, custodito in Santa Maria della Vita.
Non è possibile giungere alla corretta traduzione del testo della Pietra di Bologna se non si conosce la Vera Storia di Bologna, anche la Storia recente.
Inoltre la traduzione costituisce un passo casuale nel processo di ricerca storica, e necessariamente non è motivata, in alcun modo, dall’ego del traduttore.
In sintesi, la traduzione del testo della Pietra di Bologna è possibile solo a condizione di lasciare libera la propria persona nel divenire “strumento senziente”.
A traduzione avvenuta, è lei stessa ad assumere la natura di Ego del traduttore, o parte di esso.